Il futuro corre veloce sui binari della sostenibilità.
Nel 2009, secondo il «Rapporto sullo stato del fotovoltaico» pubblicato dal Joint Research Centre Europeo, la capacità installata in Europa è stata di 16 GW, pari al 70% della potenza installata in tutto il mondo.
A causa della crescita esponenziale dell’installato, l’industria fotovoltaica europea si è organizzata attraverso l’associazione di produttori PV Cycle, fondata nel 2007 con lo scopo di raccogliere e riciclare i rifiuti del settore in previsione dell’accumulo di 35.000 tonnellate nel 2020 e di circa 130.000 tonnellate nel 2030.
Tra i fondatori della PV Cycle, la BP Solar, divisione «solare» dell’omonima azienda responsabile del disastro petrolifero della piattaforma Deepwater Hozizon, con evidente potenziale di greenwashing (ovvero l’ingiustificata appropriazione di virtù ambientali).
Paradossalmente, una delle prime applicazioni terrestri del fotovoltaico è stata l’alimentazione dei sistemi di illuminazione sulle piattaforme petrolifere del Golfo del Messico, in sostituzione di batterie tossiche e ingombranti.
In Europa, l’inizio del ciclo di accumulo e recupero inizierà nel 2015, quando cioè i primi impianti installati tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, raggiungeranno il loro fine vita. Le principali criticità sulla sicurezza chimica del prodotto fotovoltaico non sono da ricercare nel pannello in quanto tale, bensì in alcune fasi non virtuose del suo ciclo di produzione: la dispersione ambientale di sottoprodotti tossici utilizzati nel ciclo di purificazione del silicio cristallino (come avvenuto nella provincia cinese di Henan con la dispersione di tetracloruro di silicio da parte della Luoyang Zhonggui High-Technology Co.) o nell’esposizione dei lavoratori a composti di cadmio (sostanza limitata in Ue dalla Direttiva RoHS) durante la produzione dei moduli in telluluro di cadmio. Il CdTe contenuto nei moduli fotovoltaici di per sé non è pericoloso (la sostanza ha punto di fusione a 1041 °C ed evapora a 1050°C), ma esiste il rischio di rilascio di cadmio nell’ambiente in caso di combustione in inceneritore se il pannello non venisse recuperato.
La First Solar ad esempio, che produce pannelli al tellururo di cadmio, ed è la sola a farlo in grossi quantitativi, inserisce il costo del recupero a fine vita nel prezzo di vendita. A questo proposito è auspicabile che le aziende produttrici e importatrici, oltre a un pannello marcato CE e certificato IEC/EN 61215, inizino a fornire l’evidenza degli aspetti etici relativi alla produzione, alla responsabilità sociale, alla reale capacità di innovare.
L’antenna fotovoltaica a nano tubi di carbonio, le celle fotovoltaiche stampate su biopolimeri e le sperimentazioni sulla cella solare a singola giunzione (in grado di generare elettricità da una più ampia fascia di lunghezza d’onda della luce) sono alcune delle innovazioni che testimoniano lo spostamento dell’attenzione della ricerca dal prodotto al processo che lo ha generato e ai suoi effetti sull’ambiente.
L’innovazione nel campo delle rinnovabili produrrà inoltre nuovi paradigmi del costruire sostenibile: internet degli oggetti permetterà l’interconnessione di oggetti fisici negli edifici e tra gli edifici attraverso sensori in grado di tradurre i dati di consumo in gestione attiva, di fornire risposte adattive alle sollecitazioni climatiche esterne e di trasformare le singole infrastrutture energetiche a livello locale in cellule di un’unica smart grid. L’ecodesign dei prodotti che utilizzano energia o che semplicemente sono correlati all’utilizzo della stessa (ad esempio finestre, isolanti, regolatori di flusso d’acqua) contribuirà ad aumentare la prestazione ambientale dell’edificio; la programmazione di nuovi piani di edilizia a emissione zero o quasi zero (in linea con quanto previsto dalla Direttiva 2010/31/CE sulla prestazione energetica nell’edilizia) permetterà di ridurre i consumi di una casa italiana anche di dieci volte rispetto agli attuali 150-200 Kwh/mq anno.
E soprattutto, un mercato più responsabile del prodotto fotovoltaico avrà il vantaggio di rivelare in maniera più elettiva il profilo ecologico di un prodotto che per ora, rispetto ad altre soluzioni con «energy payback time» più lunghi, ha molti pregi e un unico difetto: dopo qualche anno diventa inevitabilmente un vuoto a rendere.
Massimiliano Vurro, Rapporto Ambientale de “Il giornale dell’Architettura”
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